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Accantonare la quota dell'anno e rivalutare il fondo
La spiegazione, nell’ordine in cui va letta · 45 sezioni · 1870 parole · 11 min
Una falegnameria di Treviso ha un dipendente con una retribuzione annua di 27.000 €. Ogni anno accantona per lui 2.000 € di TFR: 27.000 diviso 13,5. Il 31 dicembre il fondo già accumulato, 10.000 €, cresce di almeno 150 € per la sola parte fissa del tasso. Il resto dipende da un indice che pubblica soltanto l'ISTAT.
Cosa saprai fare
- Spiegare perché il TFR è dovuto a ogni cessazione del rapporto di lavoro subordinato
- Calcolare la quota annua dividendo per 13,5 la retribuzione utile, anche per frazioni d'anno
- Riconoscere le somme che compongono la retribuzione utile e quelle che ne restano fuori
- Rivalutare il fondo al 31 dicembre con la parte fissa e la parte legata all'indice ISTAT
- Distinguere il TFR trattenuto in azienda dalle quote destinate a un fondo pensione
Un debito che cresce ogni anno
Il trattamento di fine rapporto è una somma che il datore di lavoro deve al dipendente quando il rapporto finisce. Non si paga mese per mese e non compare nel netto in busta: si accumula anno dopo anno in un fondo che resta presso l'impresa, finché il rapporto non si chiude.
L'articolo 2120 del codice civile, letto nella versione consolidata della Gazzetta Ufficiale, apre con una regola senza eccezioni: in ogni caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato il prestatore di lavoro ha diritto a un trattamento di fine rapporto.
Le parole «in ogni caso» hanno una storia. La Corte costituzionale ha dichiarato illegittima nel 1968 l'esclusione dell'indennità in caso di licenziamento per colpa o di dimissioni volontarie, e nel 1971 l'esclusione per un servizio durato meno di un anno. Il testo consolidato riporta entrambe le pronunce.
Per una piccola impresa la conseguenza è contabile prima che giuridica. Il TFR è un debito certo nell'esistenza e incerto solo nella data: qualunque sia il motivo della cessazione, dimissioni comprese, arriverà il giorno in cui andrà pagato per intero. Conviene trattarlo come tale fin dal primo mese.
La quota dell'anno: retribuzione divisa per 13,5
Il meccanismo di calcolo sta in una frase. Il trattamento si calcola sommando, per ciascun anno di servizio, una quota pari e comunque non superiore all'importo della retribuzione dovuta per l'anno stesso divisa per 13,5. Ogni anno aggiunge la propria quota a quelle già accumulate.
Il divisore 13,5 si traduce in una proporzione facile da ricordare: la quota annua vale poco più di un mese di retribuzione, perché dodici mensilità divise per 13,5 danno meno di una mensilità intera. L'espressione «comunque non superiore» fissa un tetto: la quota non può eccedere quel rapporto.
Per le frazioni d'anno la quota si riduce in proporzione. Il codice aggiunge una regola di arrotondamento: le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni si computano come mese intero. Un dipendente assunto il 10 marzo matura quindi marzo per intero, uno assunto il 20 marzo no.
Cifre chiave
- Divisore della retribuzione annua che dà la quota dell'anno
- 13,5
- Frazione di mese che conta come mese intero, almeno
- 15 giorni
Tabella di sintesi
| Retribuzione utile dell'anno | Mesi di servizio | Quota di TFR dell'anno |
|---|---|---|
| 27.000 € | 12 | 27.000 / 13,5 = 2.000 € |
| 20.250 € | 12 | 20.250 / 13,5 = 1.500 € |
| 30.375 € | 12 | 30.375 / 13,5 = 2.250 € |
| Retribuzione annua di 27.000 € | 8 | 2.000 € × 8 / 12 = 1.333,33 € |
Che cosa entra nella retribuzione utile
Il numero da dividere per 13,5 non è una cifra qualsiasi della busta paga. Il secondo comma dell'articolo 2120 lo definisce, facendo salva una diversa previsione dei contratti collettivi, e la definizione è più ampia della sola paga base.
Definizione
Retribuzione annua utile ai fini del TFR — Salvo diversa previsione dei contratti collettivi, tutte le somme corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro a titolo non occasionale, compreso l'equivalente delle prestazioni in natura, con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.
Tre criteri si leggono in quella definizione. Il legame con il rapporto: la somma è pagata perché c'è il lavoro. La non occasionalità: un importo ricorrente entra, un'erogazione isolata no. La natura retributiva: il rimborso di una spesa sostenuta per l'impresa non è retribuzione e resta fuori.
Le prestazioni in natura meritano un'attenzione particolare. Un beneficio non pagato in denaro, ma legato al rapporto e ricorrente, entra nella base per il suo equivalente in denaro. Dimenticarlo abbassa la quota annua, e l'errore si ripete ogni anno finché nessuno se ne accorge.
La clausola sui contratti collettivi va presa sul serio. Il contratto applicato in azienda può escludere o includere voci diverse da quelle della regola generale. Prima di impostare il calcolo nel gestionale conviene leggerlo alla voce sul trattamento di fine rapporto, perché è lì che si trova la base effettiva.
Il terzo comma copre un caso frequente. Se nel corso dell'anno la prestazione è sospesa per una delle cause dell'articolo 2110, o per una sospensione totale o parziale con integrazione salariale, nella retribuzione si computa l'equivalente di quanto il lavoratore avrebbe percepito con un rapporto normale.
In pratica, un periodo di sospensione coperto da quelle cause non riduce la quota di TFR. Il fondo continua a crescere come se il dipendente avesse lavorato, e la retribuzione da dividere per 13,5 è quella teorica, non quella effettivamente pagata nei mesi di assenza.
La rivalutazione del fondo al 31 dicembre
Il fondo accumulato non resta fermo. Il quarto comma stabilisce che il trattamento, con esclusione della quota maturata nell'anno, è incrementato su base composta al 31 dicembre di ogni anno, applicando un tasso fatto di due parti: l'1,5% in misura fissa e il 75% dell'aumento dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo.
Due dettagli contano. La quota dell'anno non si rivaluta nell'anno in cui nasce: entra nella base soltanto l'anno successivo. E l'incremento è su base composta: la rivalutazione di un anno si aggiunge al fondo e viene a sua volta rivalutata negli anni seguenti, come un interesse capitalizzato.
Cifre chiave
- Parte fissa del tasso di rivalutazione
- 1,5 %
- Quota dell'aumento dell'indice ISTAT che si aggiunge al tasso
- 75 %
Il calcolo si scrive così: tasso = 1,5% + 75% × aumento dell'indice rispetto al dicembre precedente. Applicato al fondo del 31 dicembre precedente, dà la rivalutazione dell'anno. La scheda dell'Agenzia delle Entrate descrive la stessa regola parlando di un coefficiente con una quota fissa e una quota variabile.
La base composta si vede bene seguendo un fondo per tre anni, senza bisogno di conoscere l'indice. Chiamiamo t il tasso di un anno e F il fondo di partenza. Ogni 31 dicembre il fondo si moltiplica per uno più il tasso, e solo dopo riceve la nuova quota, che aspetterà l'anno seguente per rivalutarsi.
Tabella di sintesi
| 31 dicembre | Che cosa si rivaluta | Fondo dopo l'operazione |
|---|---|---|
| Primo anno | Il fondo di partenza F | F × (1 + t1), più la quota del primo anno |
| Secondo anno | Il fondo precedente, rivalutazione e quota comprese | Fondo precedente × (1 + t2), più la quota del secondo anno |
| Terzo anno | Il fondo precedente, con tutte le rivalutazioni passate | Fondo precedente × (1 + t3), più la quota del terzo anno |
L'indice ISTAT: la parte che questo corso non cifra
L'indice richiamato dal codice è quello dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, accertato dall'ISTAT. Ciò che conta non è il suo livello ma il suo aumento: la variazione registrata a dicembre rispetto al mese di dicembre dell'anno precedente.
Questo corso non riporta alcun valore dell'indice, per una ragione di metodo. Le pagine dell'ISTAT, lette con lo strumento di verifica delle fonti, servono solo la navigazione e nessun numero. Un valore riportato qui senza lettura sarebbe una cifra copiata da una fonte secondaria, cioè esattamente ciò che il corso rifiuta.
Anche il calcolatore collegato segue la stessa regola: non conosce l'indice e non lo stima, lo chiede come dato d'ingresso. Chi gestisce le buste paga lo ricava dalla pubblicazione ufficiale dell'ISTAT o dal proprio consulente del lavoro, e lo inserisce una volta l'anno.
La formula permette comunque di ragionare prima di conoscerlo. Con un aumento nullo il tasso si riduce alla sola parte fissa dell'1,5%. Ogni punto percentuale di aumento aggiunge 0,75 punti al tasso. Il fondo si rivaluta quindi almeno dell'1,5%, e di più quando i prezzi salgono.
Cessazione in corso d'anno
Se il rapporto si chiude prima del 31 dicembre, la rivalutazione si calcola per la frazione d'anno. Il quinto comma precisa l'indice da usare: l'incremento dell'indice ISTAT è quello risultante nel mese di cessazione rispetto al dicembre dell'anno precedente.
Anche qui le frazioni di mese uguali o superiori a quindici giorni si computano come mese intero. Il calcolatore del corso tratta la rivalutazione annuale al 31 dicembre e avverte che il caso della cessazione, con l'indice del mese di uscita, richiede un calcolo a parte.
Per la quota dell'anno di uscita vale la riduzione proporzionale già vista. Il calcolatore la applica così: retribuzione annua, divisa per 13,5, moltiplicata per i mesi di servizio e divisa per dodici, con i mesi già arrotondati secondo la regola dei quindici giorni. Tocca a chi lo usa contare i mesi correttamente.
TFR in azienda e TFR al fondo pensione
Tutto ciò che precede vale per il TFR che resta presso il datore di lavoro. La scheda dell'Agenzia delle Entrate ricorda che le quote destinate integralmente alle forme pensionistiche complementari non rimangono accantonate in azienda e non sono soggette al meccanismo di rivalutazione del TFR.
Per il datore di lavoro la differenza è concreta. Le quote versate a un fondo pensione escono dal fondo interno: non si rivalutano presso l'impresa e, come vedremo nel secondo modulo, non generano l'imposta sostitutiva. Il registro del TFR va quindi tenuto per dipendente, con la destinazione di ciascuna quota.
Un registro del TFR per ogni dipendente
Il TFR si calcola per dipendente, non per azienda. Ogni lavoratore ha la propria retribuzione utile, la propria data d'ingresso, la propria destinazione delle quote. Un registro con una riga per dipendente e per anno rende il calcolo verificabile e prepara il lavoro del secondo modulo.
Tabella di sintesi
| Colonna | Contenuto | Da dove viene |
|---|---|---|
| Fondo al 31 dicembre precedente | Il TFR trattenuto in azienda fino all'anno prima | Dalla riga dell'anno precedente |
| Quota dell'anno | Retribuzione utile divisa per 13,5, ridotta per le frazioni d'anno | Dalle buste paga e dal contratto collettivo |
| Tasso di rivalutazione | 1,5% più il 75% dell'aumento dell'indice | Dall'indice pubblicato dall'ISTAT |
| Rivalutazione | Fondo precedente per il tasso | Calcolo |
| Destinazione | In azienda o a un fondo pensione | Dalla scelta del dipendente |
La somma della colonna delle rivalutazioni, sui soli fondi trattenuti in azienda, è il numero che serve per l'imposta sostitutiva. Tenere il registro aggiornato ogni 31 dicembre significa avere pronto, a febbraio, il dato su cui calcolare il saldo.
Errori da evitare
- Pensare che le dimissioni volontarie o un rapporto di pochi mesi facciano perdere il TFR: il diritto sorge in ogni caso di cessazione.
- Dividere per 13,5 la sola paga base, dimenticando le somme non occasionali e l'equivalente delle prestazioni in natura.
- Includere nella retribuzione utile i rimborsi spese, che il codice esclude espressamente.
- Rivalutare anche la quota maturata nell'anno: si rivaluta il fondo del 31 dicembre precedente, senza la quota dell'anno.
- Dimenticare che la rivalutazione è su base composta: le rivalutazioni passate fanno parte del fondo da rivalutare.
- Inserire nel calcolo un valore dell'indice ISTAT preso da una fonte non ufficiale, o stimato, invece di leggerlo dalla pubblicazione dell'ISTAT.
Contenuto didattico, aggiornato alle fonti citate. Non sostituisce una consulenza adatta alla tua situazione. Questi corsi non sono certificanti né finanziabili: non preparano ad alcuna certificazione iscritta in un registro ufficiale.