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Confrontare le due strade con i numeri e scegliere il giusto mix

La spiegazione, nell’ordine in cui va letta · 40 sezioni · 1836 parole · 10 min

Stefano ha una SRL con 100.000 € di reddito prima della propria remunerazione. Può lasciarli alla società e poi distribuirli, oppure pagarsi un compenso. Dopo IRES e ritenuta, a ogni euro distribuito come dividendo restano poco più di 56 centesimi. Il compenso, nel primo scaglione, sembra molto più generoso. Ma contributi e scaglioni superiori cambiano il conto.

Cosa saprai fare

  • Calcolare il prelievo complessivo del 43,76 % sul dividendo
  • Confrontarlo con l'aliquota marginale IRPEF sul compenso, scaglione per scaglione
  • Individuare il punto in cui contributi e addizionali rovesciano il confronto
  • Costruire un mix di compenso e dividendo attorno alle soglie degli scaglioni
  • Valutare gli elementi non fiscali: previdenza, liquidità e capienza del reddito

Il prelievo complessivo sul dividendo

Per confrontare le due strade conviene ragionare su un euro di reddito della società prima della remunerazione. Sulla strada del dividendo quell'euro sconta prima l'IRES del 24 per cento e diventa 76 centesimi di utile netto. Distribuito al socio, subisce la ritenuta del 26 per cento, pari a 19,76 centesimi.

Al socio restano 76 − 19,76 = 56,24 centesimi. Il prelievo complessivo è quindi di 43,76 centesimi per euro, il 43,76 per cento del reddito di partenza. È una percentuale fissa: non dipende dall'importo distribuito né dagli altri redditi del socio, perché la ritenuta a titolo d'imposta non si somma a nulla.

La stessa formula si scrive anche in forma compatta: il dividendo netto è pari a 0,76 × 0,74 = 0,5624 volte il reddito di partenza. Moltiplicando un reddito qualsiasi per quel coefficiente si ottiene subito il netto del socio, a condizione che l'IRES sia quella ordinaria e che l'intero utile netto venga distribuito.

Cifre chiave

IRES sul reddito della società
24 %
Ritenuta sul dividendo al socio persona fisica
26 %
Prelievo complessivo sul reddito distribuito come dividendo (1 − 0,76 × 0,74)
43,76 %
Dividendo netto per ogni 100 euro di reddito della società
56,24 €

Il conto presuppone l'aliquota IRES ordinaria e un utile che coincide con il reddito imponibile. Nella realtà le variazioni fiscali, le perdite pregresse o agevolazioni temporanee spostano l'IRES effettiva, e con essa il prelievo complessivo. Il calcolatore dedicato ai dividendi segue lo stesso schema semplificato e permette di verificare i propri numeri.

Il prelievo sul compenso, scaglione per scaglione

Sulla strada del compenso lo stesso euro non paga IRES, perché per la società è un costo deducibile, purché pagato nell'anno. Arriva intero all'amministratore e lì sconta l'IRPEF all'aliquota marginale del suo scaglione: 23, 33 o 43 per cento, secondo il livello del suo reddito complessivo, compresi gli altri redditi.

Prima di contributi, addizionali e detrazioni, all'amministratore restano quindi 77 centesimi nel primo scaglione, 67 nel secondo e 57 nel terzo. Messi accanto ai 56,24 centesimi del dividendo, i primi due scaglioni sembrano nettamente favorevoli al compenso; nel terzo la differenza si riduce a meno di un centesimo per euro.

Il ragionamento corretto usa l'aliquota marginale. L'aliquota media dell'amministratore, cioè l'imposta totale divisa per il reddito, è sempre più bassa della marginale, e usarla farebbe sembrare il compenso più conveniente di quanto sia. Ciò che interessa è quanto costa in imposta l'ultimo euro di compenso, non la media di tutti gli altri.

Tabella di sintesi

StradaPrelievo sul primo euroNetto per 100 euro, prima di contributi e addizionali
DividendoIRES 24 % + ritenuta 26 % sull'utile netto56,24 euro
Compenso, primo scaglioneIRPEF 23 %77 euro
Compenso, secondo scaglioneIRPEF 33 %67 euro
Compenso, terzo scaglioneIRPEF 43 %57 euro

Il confronto però non è finito, e il pezzo mancante pesa. Sul compenso gravano i contributi previdenziali, una parte a carico della società e una a carico dell'amministratore, oltre alle addizionali regionale e comunale all'IRPEF. Il dividendo, una volta subita la ritenuta a titolo d'imposta, non sconta addizionali.

Nel terzo scaglione la conclusione è già scritta nei numeri. Il compenso rende 57 centesimi contro 56,24: un vantaggio di 0,76 centesimi per euro. Basta che contributi e addizionali a carico dell'amministratore superino lo 0,76 per cento del compenso perché il dividendo diventi la strada più leggera. Nei primi due scaglioni, invece, il margine è ampio.

Quanto resti di quel margine dopo i contributi dipende dalle aliquote dell'anno, che vanno lette nelle pubblicazioni dell'INPS, e dalle addizionali del proprio comune e della propria regione. Questo corso fornisce il metodo, non la risposta: il risultato netto va ricalcolato ogni anno con i dati ufficiali, perché cambiano più spesso delle aliquote IRPEF.

Un'avvertenza riguarda i redditi molto alti. La scheda dell'Agenzia delle Entrate segnala che la riduzione della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento, introdotta dalla legge di bilancio 2026, è sterilizzata per chi ha un reddito complessivo superiore a 200.000 euro. In quella fascia il calcolo va ripreso con il meccanismo previsto dalla legge.

Mettere i contributi nel conto

Per chiudere il confronto servono tre dati che questo corso non fornisce: l'aliquota contributiva applicabile all'amministratore, la ripartizione tra società e amministratore, e le aliquote delle addizionali della regione e del comune di residenza. I primi due arrivano dalle circolari annuali dell'INPS; gli ultimi dai provvedimenti degli enti locali.

Con quei dati il calcolo si fa in quattro passaggi. Si parte dal costo totale per la società, compenso più contributi a suo carico, verificandone il trattamento nel reddito d'impresa; si toglie dal compenso la quota di contributi dell'amministratore; si applicano IRPEF marginale e addizionali; si confronta il netto con quello del dividendo.

Il confronto va fatto a parità di reddito di partenza, non di importo lordo. Cento euro di reddito della società possono diventare cento euro di compenso, oppure 76 euro di utile distribuibile. Confrontare un compenso di 100 con un dividendo di 100 significa dimenticare che il secondo richiede alla società un reddito più alto.

Per non sbagliare conviene fissare sempre lo stesso punto di partenza: il reddito della società prima di qualunque remunerazione del socio. Da lì si costruiscono due colonne, compenso e dividendo, sottraendo in ciascuna tutte le imposte e i contributi che la riguardano, fino al netto che arriva davvero nelle tasche del socio.

Nell'esempio la seconda soluzione lascia a Stefano 8.180 euro in più, ma quel numero è lordo di due voci che il corso non quantifica: i contributi sul compenso, a carico suo e della società, e le addizionali. Soltanto sottraendole si sa se il compenso conviene davvero, e di quanto.

Le soglie degli scaglioni come punti di svolta

Poiché l'IRPEF è progressiva, la domanda utile non è «compenso o dividendo?», ma «fino a quale importo di compenso?». Il reddito complessivo dell'amministratore comprende anche gli altri redditi: chi ha già un reddito di lavoro di 40.000 euro parte dal secondo scaglione, e il suo primo euro di compenso è tassato al 33 per cento.

Da qui nasce il mix più diffuso: riconoscere un compenso che porti il reddito complessivo fino al limite di uno scaglione, e distribuire il resto come dividendo. Con i dati del 2026 le soglie da tenere d'occhio sono 28.000 e 50.000 euro di reddito complessivo, oltre le quali l'aliquota marginale sale di dieci punti.

Un esempio mostra le alternative. Un amministratore senza altri redditi, in una società che produce 80.000 euro prima della sua remunerazione, può fermare il compenso a 28.000 euro, tutti al 23 per cento, e lasciare il resto alla società perché lo distribuisca. Oppure può spingersi fino a 50.000 euro, accettando il 33 per cento sulla seconda fascia.

La soglia di 50.000 euro è la più significativa. Oltre quel livello l'aliquota del 43 per cento rende il compenso, prima dei contributi, appena più conveniente del dividendo, e contributi e addizionali rovesciano il rapporto. Al di sotto, lo scarto tra 67 o 77 centesimi e 56,24 lascia spazio al compenso, da verificare con i contributi dell'anno.

Anche l'ordine dei calcoli conta. Prima si decide il compenso, perché riduce il reddito della società; poi si calcolano l'IRES e l'utile distribuibile. Invertire l'ordine, calcolando l'IRES sull'intero reddito e togliendo il compenso dopo, porta a pagare imposta su una somma che la società ha già speso per l'amministratore.

Il mix va rivisto ogni anno. Cambiano il reddito della società, gli altri redditi dell'amministratore, le aliquote contributive e talvolta gli scaglioni, come è successo nel 2026 con la seconda aliquota scesa al 33 per cento. Un compenso fissato una volta per sempre smette presto di essere la scelta migliore.

Oltre le imposte: che cosa pesa nella scelta

La scelta non si esaurisce nel prelievo. Il compenso genera contributi, e i contributi costruiscono una posizione previdenziale: per un amministratore senza altra copertura possono essere un investimento, non soltanto un costo. Il dividendo, invece, non costruisce alcuna posizione previdenziale per chi lo riceve.

Conta anche la liquidità. Il compenso può essere pagato con cadenza regolare, mensile o trimestrale, e si deduce soltanto quando è pagato. Il dividendo presuppone un utile risultante dal bilancio e una delibera dei soci, e si distribuisce dopo. Una SRL che deve reinvestire può preferire trattenere l'utile e rinviare la distribuzione.

Ha un peso anche la prevedibilità. Il compenso è fissato in anticipo e grava sul conto economico anche in un anno difficile, mentre il dividendo si decide a consuntivo, sull'utile effettivamente realizzato. Una scelta prudente è un compenso commisurato alle esigenze stabili dell'amministratore, lasciando al dividendo la parte variabile della remunerazione.

Nelle SRL con più soci entra in gioco un altro equilibrio. Il compenso remunera chi amministra, il dividendo remunera la quota: se solo alcuni soci amministrano, ogni euro pagato come compenso riduce l'utile che spetterà anche agli altri. La scelta tra le due strade diventa allora anche una questione di rapporti tra soci, da regolare con trasparenza.

Infine la capienza del reddito. La deduzione del compenso ha senso solo se la società ha un reddito da ridurre: in un anno in perdita il compenso non fa risparmiare IRES, mentre resta interamente tassato in capo all'amministratore. La perdita fiscale aumenta e si riporta agli anni successivi, con le regole e i limiti del riporto.

Nessuna di queste considerazioni sostituisce il calcolo, ma ciascuna può spostarne l'esito. Il metodo resta valido anche quando cambiano le cifre: partire dal reddito della società, seguire ogni euro lungo le due strade, sottrarre tutto ciò che si paga lungo il percorso e confrontare soltanto ciò che arriva al socio.

Le regole di questo corso sono lette nella versione che governa il 2026. Gli articoli 24 e 27 del DPR 600 risultano abrogati dal decreto legislativo 33 del 2025, applicabile dal 1° gennaio 2027; gli articoli 47, 50 e 95 del testo unico delle imposte sui redditi dal decreto legislativo 117 del 2026. Negli anni successivi vanno riletti.

Errori da evitare

  • Confrontare compenso e dividendo senza sottrarre contributi e addizionali dal compenso.
  • Usare l'aliquota media dell'amministratore invece della sua aliquota marginale.
  • Dimenticare gli altri redditi dell'amministratore, che spingono il compenso in uno scaglione più alto.
  • Confrontare un compenso lordo con un dividendo lordo di pari importo, invece che a parità di reddito della società.
  • Deliberare un compenso in un anno in perdita contando su un risparmio IRES che non c'è.
  • Tenere fisso per anni lo stesso compenso mentre cambiano redditi, aliquote e contributi.

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Contenuto didattico, aggiornato alle fonti citate. Non sostituisce una consulenza adatta alla tua situazione. Questi corsi non sono certificanti né finanziabili: non preparano ad alcuna certificazione iscritta in un registro ufficiale.