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Il cuneo fiscale: somma esente, ulteriore detrazione e trattamento integrativo
La spiegazione, nell’ordine in cui va letta · 44 sezioni · 1830 parole · 11 min
Chiara guadagna 14.000 € l'anno come commessa e nel suo cedolino compare una voce che nessuno le ha spiegato: una somma che non paga tasse e che nell'anno vale 742 euro. Il collega Luca, con 34.000 euro, non la trova, ma ha una detrazione in più di 750 euro. Sono le due facce del taglio del cuneo fiscale.
Cosa saprai fare
- Distinguere la somma esente, sotto 20.000 euro, dall'ulteriore detrazione, tra 20.000 e 40.000 euro
- Calcolare la somma esente con la percentuale giusta, individuata sul reddito rapportato all'anno
- Calcolare l'ulteriore detrazione nella fascia decrescente tra 32.000 e 40.000 euro
- Sapere chi ne è escluso e come il datore la applica e la recupera al conguaglio
- Collegare il cuneo fiscale al trattamento integrativo e alla Certificazione Unica
Che cosa si intende per cuneo fiscale
Il cuneo è la distanza tra ciò che un dipendente costa all'azienda e ciò che riceve sul conto. Contributi e imposte lo compongono. La legge di bilancio per il 2025, la legge 30 dicembre 2024 n. 207, lo riduce per i redditi medio-bassi con due strumenti fiscali, previsti ai commi 4 e 6 del suo articolo 1.
Il primo è una somma che non concorre alla formazione del reddito: si aggiunge in busta paga e non paga IRPEF. Il secondo è un'ulteriore detrazione dall'imposta lorda, che si somma a quella ordinaria per lavoro dipendente. I due strumenti non si sovrappongono: dipendono dalla fascia di reddito complessivo.
Definizione
Somma che non concorre alla formazione del reddito — Un importo riconosciuto al dipendente in aggiunta alla retribuzione che non entra nel reddito imponibile: non genera IRPEF né addizionali. Nella Certificazione Unica ha una sezione dedicata con questo stesso nome.
Entrambe le misure riguardano i titolari di reddito di lavoro dipendente. I pensionati ne sono esclusi: la legge richiama l'articolo 49 del testo unico escludendo i redditi di pensione, e l'INPS lo conferma nelle sue risposte. Non spettano neppure a chi ha solo redditi assimilati al lavoro dipendente.
Il cuneo comprende anche i contributi, ma queste due misure sono fiscali. Non riducono la trattenuta previdenziale e non toccano la contribuzione accreditata all'INPS: agiscono solo sull'imponibile e sull'imposta. La posizione pensionistica del lavoratore resta quindi quella che deriva dalla retribuzione.
La somma esente fino a 20.000 euro
La somma spetta se il reddito complessivo non supera 20.000 euro. Si calcola applicando al reddito di lavoro dipendente una percentuale che scende al crescere del reddito: il 7,1 % fino a 8.500 euro, il 5,3 % oltre 8.500 e fino a 15.000 euro, il 4,8 % oltre 15.000 euro.
Cifre chiave
- Percentuale fino a 8.500 euro di reddito da lavoro
- 7,1 %
- Percentuale oltre 8.500 e fino a 15.000 euro
- 5,3 %
- Percentuale oltre 15.000 euro
- 4,8 %
- Reddito complessivo massimo per la somma esente
- 20.000 €
Attenzione alla struttura: non è un sistema a scaglioni. La percentuale individuata si applica a tutto il reddito da lavoro, non alla sola fetta. Chi ha 18.000 euro riceve il 4,8 % di 18.000, cioè 864 euro, e non una somma di pezzi calcolati a percentuali diverse.
Tabella di sintesi
| Reddito da lavoro dipendente | Percentuale | Somma massima della fascia |
|---|---|---|
| Fino a 8.500 euro | 7,1 % | 603,50 euro |
| Oltre 8.500 e fino a 15.000 euro | 5,3 % | 795 euro |
| Oltre 15.000 e fino a 20.000 euro | 4,8 % | 960 euro |
Gli importi massimi della tabella coincidono con quelli indicati dall'INPS nelle sue risposte sul cuneo fiscale. Si notano due salti: chi supera di poco 8.500 euro passa dal 7,1 % al 5,3 % su tutto il reddito, e la somma scende. È l'effetto di una percentuale unica per fascia.
A 15.000 euro la somma vale 795 euro; a 15.100 euro, con il 4,8 %, vale 724,80 euro. Sono effetti di soglia che la legge accetta per semplicità. Per un dipendente vicino a una soglia, un aumento modesto può rendere meno del previsto nell'anno in cui arriva.
Il comma 5 contiene una regola che conta per chi lavora solo parte dell'anno. Ai soli fini della scelta della percentuale, il reddito di lavoro dipendente è rapportato all'intero anno. La percentuale così trovata si applica però al reddito effettivamente percepito, non a quello teorico.
L'ulteriore detrazione tra 20.000 e 40.000 euro
Sopra 20.000 euro di reddito complessivo la somma esente cede il passo a un'ulteriore detrazione dall'imposta lorda, rapportata al periodo di lavoro. Vale 1.000 euro se il reddito complessivo supera 20.000 euro e non 32.000. Tra 32.000 e 40.000 euro si riduce in proporzione, fino ad azzerarsi.
Nella fascia decrescente la legge usa un rapporto: 1.000 euro moltiplicati per 40.000 euro meno il reddito complessivo, diviso 8.000 euro. A 36.000 euro il rapporto vale 0,5 e la detrazione 500 euro. Oltre 40.000 euro non spetta nulla, e chi supera quella soglia non ha alcun beneficio dal comma 6.
Come la detrazione ordinaria, anche l'ulteriore detrazione è rapportata al periodo di lavoro. Chi lavora sei mesi con un reddito complessivo di 25.000 euro non riceve i 1.000 euro interi, ma la parte proporzionata ai giorni di lavoro. La soglia, invece, si misura sul reddito complessivo effettivo.
Cifre chiave
- Ulteriore detrazione piena
- 1.000 €
- Reddito fino al quale la detrazione è piena
- 32.000 €
- Reddito al quale la detrazione si azzera
- 40.000 €
- Divisore della fascia decrescente
- 8.000 €
I redditi confrontati con queste soglie comprendono anche la quota esente di alcuni regimi agevolati, come quello dei lavoratori impatriati e dei ricercatori rientrati. Il reddito complessivo si prende invece al netto della rendita dell'abitazione principale e delle pertinenze. Lo prevede il comma 9.
Il passaggio a 20.000 euro è netto. Chi ha esattamente 20.000 euro di reddito complessivo riceve la somma esente del 4,8 %, cioè 960 euro. Chi ne ha qualcuno in più passa all'ulteriore detrazione piena di 1.000 euro. Qui, a differenza delle soglie interne alla somma esente, il passaggio non penalizza.
La differenza tra i due strumenti è anche di natura. La somma esente è denaro in più in busta paga, riconosciuto anche a chi ha poca o nessuna IRPEF. L'ulteriore detrazione, come ogni detrazione, riduce un'imposta: vale per intero solo se c'è abbastanza imposta lorda da ridurre.
Come il datore applica e recupera il beneficio
Il dipendente non deve chiedere nulla. Il comma 7 stabilisce che i sostituti d'imposta riconoscono in automatico la somma esente e l'ulteriore detrazione quando pagano le retribuzioni, e ne verificano la spettanza al conguaglio. Il datore anticipa la somma esente e la recupera compensandola in F24, come prevede il comma 8.
Il rischio sta nelle stime. Il datore lavora sul reddito che conosce. Se a fine anno il reddito complessivo supera la soglia, per esempio per un secondo lavoro, il beneficio risulta non spettante e va restituito. Quando l'importo da recuperare supera 60 euro, il recupero avviene in dieci rate di pari ammontare.
Per chi ha un solo rapporto di lavoro per tutto l'anno e nessun altro reddito, la stima del datore coincide di solito con il risultato finale. Il conguaglio non sposta nulla e la dichiarazione, se presentata, conferma gli importi. I problemi nascono quasi sempre dai redditi che il datore non vede.
Cifre chiave
- Importo oltre il quale il recupero è rateizzato
- 60 €
- Numero di rate del recupero
- 10
Chi ha più rapporti di lavoro nello stesso anno, o riceve prestazioni come la NASpI oltre allo stipendio, deve presentare la dichiarazione dei redditi. L'INPS lo dice espressamente: è in dichiarazione che si verifica l'importo davvero spettante, sommando tutti i redditi. La precompilata riprende i dati della Certificazione Unica.
Nella primavera del 2026 l'INPS ha aggiornato le Certificazioni Uniche dei percettori di prestazioni a sostegno del reddito, come NASpI e cassa integrazione, per permettere loro di ottenere questi benefici in dichiarazione. Le CU corrette riportano il codice 1 al punto 718 e l'importo della prestazione al punto 719.
Per capire quale beneficio spetta, l'INPS indica di guardare il reddito di riferimento al punto 449 della CU 2026, che somma i redditi percepiti nell'anno. È quel totale, e non il solo importo della prestazione, a stabilire se si ricade nella somma esente o nell'ulteriore detrazione.
Il trattamento integrativo e le altre voci vicine
Il cuneo non va confuso con il trattamento integrativo, una somma esistente dal luglio 2020. Le istruzioni del quadro C lo indicano, per il 2025, in 1.200 euro per i dipendenti con reddito complessivo fino a 15.000 euro, a condizione che l'imposta lorda sul lavoro superi le detrazioni per lavoro dipendente, diminuite di 75 euro rapportati al periodo.
Quella riduzione di 75 euro nasce dallo stesso intervento: il comma 3 della legge 207 l'ha inserita nel calcolo del trattamento integrativo. Tra 15.001 e 28.000 euro di reddito il trattamento spetta solo in presenza di condizioni ulteriori, che la dichiarazione ricalcola. Anche questa somma arriva in busta paga, riconosciuta dal datore da gennaio.
Le due misure sono distinte e la legge non le presenta come alternative. L'INPS, nelle annotazioni della CU aggiornata, le elenca insieme tra i benefici che il contribuente può recuperare in dichiarazione se il sostituto non li ha riconosciuti o li ha riconosciuti in misura ridotta.
Cifre chiave
- Trattamento integrativo per il 2025
- 1.200 €
- Riduzione delle detrazioni nel test del trattamento integrativo
- 75 €
Questo corso ha letto i commi 3, 4 e 6 nel testo originario della legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che non indica un anno finale per la somma esente e per l'ulteriore detrazione. Prima di un calcolo per il 2026 conviene verificare nel cedolino e nella CU che il datore li stia applicando, perché una legge successiva potrebbe averli modificati.
Controllare il cuneo in busta paga
Nel cedolino la somma esente compare di solito come voce a sé, fra le competenze non imponibili. L'ulteriore detrazione, invece, non si vede come importo pagato: riduce la ritenuta IRPEF, insieme alla detrazione ordinaria. Chi confronta due cedolini prima e dopo il 2025 la ritrova in una ritenuta più bassa.
A fine anno i due importi compaiono nella Certificazione Unica. La sezione dedicata alla somma che non concorre alla formazione del reddito riporta quanto è stato riconosciuto; le detrazioni riportano l'ulteriore detrazione. Se il datore non ha applicato il beneficio, il dipendente lo recupera presentando la dichiarazione.
L'ultimo controllo è sul reddito complessivo. Chi ha affitti, un secondo lavoro o una prestazione dell'INPS deve sommarli: sono loro a decidere se il beneficio spetta e in che misura. Il datore non li conosce, ed è per questo che la dichiarazione dei redditi resta il luogo in cui il conto si chiude.
Errori da evitare
- Applicare le percentuali della somma esente a fette, come uno scaglione: la percentuale della fascia vale per tutto il reddito da lavoro.
- Scegliere la percentuale sul reddito effettivo di un lavoro di sei mesi invece che sul reddito rapportato all'anno.
- Aspettarsi il cuneo fiscale su una pensione: i redditi di pensione ne sono esclusi.
- Dimenticare che l'ulteriore detrazione si riduce tra 32.000 e 40.000 euro e scompare oltre.
- Non presentare la dichiarazione quando si sono avuti più datori o una NASpI: il beneficio va verificato sul totale.
- Confondere il trattamento integrativo, sotto 15.000 euro, con la somma esente del cuneo fiscale.
Contenuto didattico, aggiornato alle fonti citate. Non sostituisce una consulenza adatta alla tua situazione. Questi corsi non sono certificanti né finanziabili: non preparano ad alcuna certificazione iscritta in un registro ufficiale.