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Aliquote, imponibile e scorporo
La spiegazione, nell’ordine in cui va letta · 43 sezioni · 1872 parole · 10 min
Un idraulico di Bologna incassa 1.220 € Iva compresa per la riparazione di un bagno. Registra come Iva dovuta il 22 % di 1.220 €, cioè 268,40 €. La cifra giusta è 220 €. I 48,40 € di scarto non sono un arrotondamento: nascono dall'aver applicato l'aliquota alla base sbagliata, e si ripetono su ogni incasso trattato allo stesso modo.
Cosa saprai fare
- Dire quali operazioni colpisce l'Iva e chi la riscuote per conto dello Stato
- Collocare l'aliquota ordinaria e le tre aliquote ridotte, e sapere dove si trova l'elenco dei beni agevolati
- Passare dall'imponibile al totale e, all'inverso, estrarre l'imponibile da un totale con lo scorporo
- Conoscere i registri che portano le cifre che la liquidazione periodica sommerà
- Leggere le regole del 2026 con la riserva imposta dal testo unico Iva
A quali operazioni si applica l'Iva
L'Agenzia delle Entrate descrive il campo di applicazione in una frase. L'Iva si applica alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell'esercizio di imprese, arti o professioni, e alle importazioni da chiunque effettuate. Tre condizioni: un'operazione, un luogo, un'attività.
Il meccanismo che segue è comune a tutti i sistemi europei. L'impresa addebita l'imposta al cliente e la versa all'Erario. Contestualmente ha diritto di detrarre l'Iva che ha pagato ai propri fornitori sugli acquisti.
L'impresa è dunque un esattore, non chi sopporta l'imposta. Ciò che versa in ogni periodo è una differenza: l'imposta addebitata sulle vendite meno quella pagata sugli acquisti che danno diritto alla detrazione. Quella differenza è l'oggetto del secondo modulo, la liquidazione periodica.
La stessa pagina aggiunge che liquidazione e versamento avvengono con cadenza mensile o trimestrale. Conviene tenerlo a mente: ogni cifra calcolata qui, fattura per fattura, finirà in un registro e poi in una liquidazione. Un errore commesso sulla fattura arriva intatto fino al versamento.
Definizione
Volume d'affari — Il fatturato Iva di un'impresa, di un'arte o di una professione: la somma dell'imponibile delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi che il soggetto effettua, registra o è tenuto a registrare in un anno solare. Vi rientrano principalmente le operazioni imponibili, non imponibili ed esenti.
Il volume d'affari non è un utile e non è un incasso. Si costruisce con gli imponibili, al netto dell'Iva, e conta anche operazioni che non portano imposta, come quelle esenti. Servirà più avanti, perché è su di esso che si misura il diritto alla liquidazione trimestrale.
All'interno di quel volume, l'Iva è dovuta in genere solo sulle operazioni imponibili. Le operazioni non imponibili ed esenti entrano nel fatturato senza generare imposta da versare. L'Agenzia precisa che l'imposta si applica con aliquote proporzionali diverse a seconda del tipo di operazione.
Quattro aliquote e da dove vengono
La scheda dell'Agenzia sulle norme generali e le aliquote indica un'aliquota ordinaria e tre ridotte. L'ordinaria è la regola: si applica ogni volta che nessuna disposizione colloca il bene o il servizio sotto un'aliquota ridotta. Le ridotte valgono soltanto per specifici beni e servizi.
Cifre chiave
- Aliquota ordinaria
- 22 %
- Aliquota ridotta, tabella A parte III (per esempio energia elettrica e gas per usi domestici, medicinali)
- 10 %
- Aliquota ridotta, tabella A parte II-bis (per esempio alcuni alimenti)
- 5 %
- Aliquota ridotta, tabella A parte II (per esempio alimentari, bevande e prodotti agricoli)
- 4 %
Gli esempi accanto a ogni aliquota ridotta restano esempi. Lo dice la stessa Agenzia, che rinvia all'elenco completo: la tabella A, parti II, II-bis e III, allegata al DPR n. 633 del 1972. Se un prodotto rientri o no si legge in quella tabella, mai per analogia con un prodotto vicino.
Il testo vigente dell'articolo 16 del decreto, come servito dalla Gazzetta Ufficiale, lo dice in forma di legge. L'aliquota è del ventidue per cento della base imponibile dell'operazione, ridotta al quattro, al cinque e al dieci per cento per i beni e servizi delle parti II, II-bis e III della tabella A.
Due parole di quella frase portano l'intero metodo di calcolo. L'aliquota si applica alla base imponibile dell'operazione. Non si applica al prezzo pagato dal cliente, che contiene già l'imposta. Tutto il paragrafo che segue discende da quelle due parole.
L'articolo fa inoltre salvo il disposto dell'articolo 34, che riguarda i regimi speciali, tra cui l'agricoltura. Un'impresa in regime speciale non deve presumere che le quattro aliquote dicano tutto. Questo corso tratta il caso ordinario: un'impresa che effettua operazioni imponibili e detrae l'Iva sugli acquisti.
Una stessa fattura può portare più aliquote. Un negozio che vende beni al 22 % e beni al 10 % espone ogni imponibile con la propria aliquota e la propria imposta. Il registro delle fatture emesse conserva la stessa ripartizione per aliquota, ed è per questo che deve essere esatta fin dalla prima riga.
Ne discende una conseguenza pratica per i listini. Un'impresa che espone ai consumatori prezzi Iva compresa ha di fatto già scelto un'aliquota per ogni articolo. Se nel listino un'aliquota è sbagliata, ogni scorporo fatto a partire da esso sarà sbagliato, per quanto accurata sia la divisione. Controllare una volta l'aliquota di ogni articolo costa meno che correggere ogni scontrino.
Dall'imponibile al totale, e ritorno
Il senso diretto è il più semplice. Si conosce l'imponibile, lo si moltiplica per l'aliquota, si arrotonda l'imposta al centesimo e la si somma all'imponibile per ottenere il totale. Al 22 %, un imponibile di 1.000 € dà un'imposta di 220 € e un totale di 1.220 €.
Il senso inverso è quello in cui si sbaglia. Quando l'unica cifra nota è un prezzo Iva compresa, come uno scontrino o un listino per i consumatori, bisogna prima estrarre l'imponibile. Nella pratica italiana questa operazione si chiama scorporo: togliere l'imposta dal prezzo.
Poiché l'imposta è una percentuale dell'imponibile, il totale è l'imponibile moltiplicato per uno più l'aliquota. Per trovare l'imponibile si divide il totale per uno più l'aliquota: per 1,22 all'aliquota ordinaria, per 1,10 al 10 %, per 1,05 al 5 % e per 1,04 al 4 %.
Togliere il 22 % dal totale è l'errore dell'idraulico dell'inizio. Tratta il totale come se fosse la base. L'errore cresce con l'aliquota: al 22 % sopravvaluta l'imposta di quasi un quinto, al 4 % molto meno, e per questo passa inosservato dove si vende soprattutto ad aliquota ridotta.
La verifica finale dell'esempio merita di diventare un'abitudine. Dopo uno scorporo, sommate l'imponibile e l'imposta trovati. Se la somma non è il totale di partenza, uno dei due è stato calcolato sulla base sbagliata, oppure l'arrotondamento è stato fatto nel punto sbagliato.
L'arrotondamento segue il senso del calcolo. In avanti si arrotonda l'imposta e il totale discende per somma. All'indietro si arrotonda l'imponibile, e l'imposta è ciò che resta. Così imponibile più imposta è uguale al totale, al centesimo, in entrambi i sensi.
- Individuare l'aliquota nella tabella A per ogni bene o servizio, non per abitudine
- Se si ha l'imponibile, moltiplicarlo per l'aliquota e arrotondare l'imposta al centesimo
- Se si ha un totale Iva compresa, dividerlo per uno più l'aliquota per ottenere l'imponibile
- Ottenere l'imposta come differenza tra totale e imponibile
- Verificare che imponibile più imposta restituisca il totale
Il calcolatore calcolo-iva esegue esattamente questi passaggi per le quattro aliquote, nei due sensi. Applica l'aliquota scelta. Non decide se un prodotto abbia diritto a un'aliquota ridotta: la risposta sta nella tabella A, e uno strumento che la indovinasse darebbe una falsa sicurezza.
I registri che portano le cifre
Le cifre calcolate sulle fatture non arrivano direttamente alla liquidazione. Passano dai registri Iva. L'Agenzia ne indica due obbligatori: il registro delle fatture emesse e il registro degli acquisti. Il loro contenuto è fissato, ed è la materia prima di ogni liquidazione periodica.
- Il numero progressivo della fattura
- La data di emissione
- I dati del cliente
- L'ammontare dell'imponibile e dell'imposta, distinti secondo l'aliquota applicata
Sono questi i quattro elementi che il registro delle fatture emesse riporta per ciascuna fattura. Vi vanno anche altre registrazioni, per esempio le autofatture per gli acquisti da soggetti non residenti. È ammesso un unico documento riepilogativo per le fatture di un mese solare di importo unitario inferiore a 300 euro.
Il registro degli acquisti accoglie le fatture di acquisto, le bollette doganali e le fatture di acquisti intracomunitari relativi all'attività. L'Agenzia rende esplicito il legame: l'iscrizione del documento nel registro acquisti è necessaria per beneficiare della detrazione, che spetta in base alla tipologia di beni e servizi acquistati.
I due registri si rispecchiano. Uno raccoglie l'imposta che l'impresa deve perché ha venduto; l'altro quella che può recuperare perché ha acquistato. Nessuno dei due decide nulla da solo: la liquidazione del secondo modulo non è altro che la differenza tra i loro totali del periodo, rettificata da crediti e piccoli debiti.
Esistono semplificazioni. Gli imprenditori che tengono il libro giornale e i professionisti che tengono il libro cronologico possono non tenere i registri Iva se annotano le stesse informazioni altrove. Sono esonerati anche gli operatori in contabilità semplificata che emettono solo fatture e usano i dati messi a disposizione dall'Agenzia.
Il commercio al minuto è un caso a parte. Dal 1° gennaio 2020 chi esercita commercio al minuto e attività assimilate senza obbligo di fattura, come commercianti, artigiani, albergatori e ristoratori, certifica i corrispettivi giornalieri con memorizzazione e trasmissione telematica all'Agenzia. Il registro dei corrispettivi non è più dovuto.
Per queste attività lo scorporo non è un esercizio occasionale ma la routine di ogni giorno. I loro incassi sono per natura Iva compresa, e l'imposta dovuta va estratta da essi. Chi vende a più aliquote deve tenere gli incassi divisi per aliquota, altrimenti non può scorporare correttamente.
La riserva del testo unico Iva
Tutto quanto precede è il diritto praticato nel 2026, e poggia sul DPR n. 633 del 1972. Quel decreto viene sostituito. La Gazzetta Ufficiale serve ora l'ultima versione dell'articolo 16 con una sola riga: articolo abrogato dal decreto legislativo 19 gennaio 2026, n. 10.
Quel decreto è il testo unico Iva. Riordina le regole dell'imposta in un nuovo testo. La data da cui le sue disposizioni si applicano non è stata letta per questo corso, e la scheda dell'Agenzia sulle aliquote, aggiornata l'ultima volta il 12 dicembre 2020, non ne parla.
La lettura onesta è quindi stretta. Le quattro aliquote e il metodo insegnati qui sono quelli che l'Agenzia pubblica per il 2026. Non sono una previsione del contenuto del nuovo testo. Quando il testo unico si applicherà, aliquote e rinvii alla tabella A andranno riletti in esso prima di farvi affidamento.
In pratica, tenete leggeri i rinvii nei vostri documenti. Scrivete l'aliquota e la sua ragione, non un numero di articolo copiato da un vecchio modello di fattura. Un modello che cita l'articolo 16 del vecchio decreto andrà corretto; uno che indica aliquota e categoria sopravvive al cambiamento.
Errori da evitare
- Togliere il 22 % da un totale Iva compresa: l'imposta è una percentuale dell'imponibile, quindi il totale va diviso per 1,22.
- Scegliere un'aliquota ridotta per analogia con un prodotto simile: il diritto si legge nella tabella A, parti II, II-bis e III.
- Arrotondare l'imposta dopo uno scorporo invece dell'imponibile: l'identità imponibile più imposta uguale totale non regge più al centesimo.
- Dimenticare di annotare una fattura di acquisto nel registro acquisti: l'Agenzia rende quella annotazione necessaria per la detrazione.
- Copiare i numeri di articolo del DPR 633/1972 in modelli destinati a durare: il testo unico Iva del 2026 li abroga.
Contenuto didattico, aggiornato alle fonti citate. Non sostituisce una consulenza adatta alla tua situazione. Questi corsi non sono certificanti né finanziabili: non preparano ad alcuna certificazione iscritta in un registro ufficiale.